QUEL CHE RESTA DI MONTALBANO

Nell’ultima puntata, trasmessa lunedì scorso, Montalbano, quello che non ha vizi, che non pensa alla carriera, che sa essere severo senza mai dimenticarsi di essere giusto, si comporta come quello che, uscendo dal parcheggio, rompe il fanalino della macchina parcheggiata dietro, e si sbriga ad andarsene per mettere, tra se e quel rumore fastidioso di plastica incrinata, qualche minuto in più e un po’ di strada.
La scena in cui Livia lo rincorre al telefono, e lui non sa cosa dire, e poi, dopo che lei attacca, la fa sparire dalla sua vita, la potrebbe recitare un personaggio perdente di qualche meraviglioso film di Ozpetek.

La potrebbe recitare uno chiunque tra noi, indeciso tra i sensi di colpa e la vita che scappa. Ma se la recita l’eroe di una Sicilia immaginata, assolata, silenziosa, piena di frutti di mare e di spigole al sale, si incrina tutto: Catarella, da simpatico, diventa solo un fastidio; Mimi Augello, un inutile impiegato statale; gli osti, da sempre competenti e dediti alla cucina, solo degli impostori.
Perché questo è il guaio di averci fatto vedere Montalbano come un Rocco Schiavone qualunque.

Perché di quelli che girano intorno a Giallini non ci saremmo mai fidati.

Ma degli antipasti che sceglieva Zingaretti non avremmo mai avuto un dubbio.

Almeno fino a lunedì scorso.

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