SIGNORI, SCHWARZER E IL TRITACARNE MEDIATICO

“Visto l’art. 530 co. 1 C. P., l’imputato Giuseppe Signori, detto “Beppe”, viene assolto con formula piena perché il fatto non sussiste dall’accusa di aver truccato l’incontro Piacenza-Padova del 2 ottobre 2010”. Poche righe lette dal giudice del tribunale di Piacenza per mettere la parola fine ad una vicenda allucinante, ad uno di quegli incubi che rischiano di rovinarti per sempre l’esistenza. Non solo dal punto di vista economico, ma anche morale.
Solo chi è finito almeno una volta nel tritacarne mediatico sa che cosa prova oggi Beppe Signori, assolto con formula piena per non aver commesso il fatto dopo quasi 10 anni da quando è stato sbattuto in pasto all’opinione pubblica, additato come uno che trucca le partite per vincere soldi facili, come un bandito associato ad altri banditi che tra il 2010 e il 2011 avrebbero truccato i risultati degli incontri dei campionati di Serie A, B e C per poi scommettere sul sicuro sui mercati asiatici del gioco. Beh, non c’era una briciola di verità in quell’inchiesta che a giugno del 2011 fece scattare le manette ai polsi di Beppe Signori e di altri 15 imputati tra calciatori, dirigenti e scommettitori. O meglio, non c’era una briciola di verità sul coinvolgimento di Beppe Signori in questo giro di scommesse. Neanche una prova. E allora perché Beppe Signori si è dovuto fare 15 giorni di carcere e 10 anni d’inferno? Una domanda destinata a restare senza risposta. Anzi, una risposta c’è e Beppe me l’ha data anni fa e l’ha ripetuta migliaia di volte in questi 10 anni, tra i sorrisetti ironici di chi pensava che mentisse per ripulirsi l’immagine e gli abbracci, pochi, degli amici veri che gli dicevano di avere coraggio e di andare avanti nella battaglia per ottenere quella giustizia che lo ha portato, ieri, ad uscire finalmente e completamente pulito da questa vicenda iniziata il 1° giugno del 2011.
“Quel giorno”, mi racconta Beppe Signori, “mentre sto tornando a Bologna in treno mi chiama mio cognato al cellulare e mi dice che in televisione hanno annunciato che sono coinvolto in un giro di scommesse e che mi hanno arrestato. Lì ho capito subito che c’è qualcosa di strano, visto che non sta in manette ma su un treno. Mi presento spontaneamente in procura a Piacenza e, dopo un breve colloquio con il procuratore capo, lui si alza e se ne va. Io consegno documenti, spiego, ma ho da subito l’impressione di avere davanti gente a cui non interessa proprio quello che dico. Capisco al volo che hanno bisogno di un colpevole, di dare un nome grosso in pasto alla stampa e io sono il personaggio perfetto, perché tutti sanno da sempre della mia passione per le scommesse. Ma io ho sempre scommesso i miei soldi e legalmente: non ho mai comprato o venduto partite, non ho mai corrotto nessuno, non ho mai conosciuto nessuno di quella banda di cui parlavano i magistrati. Ci sono 50.000 intercettazioni telefoniche, ma agli atti non c’è una sola telefonata in cui io parlo con qualcuno degli altri indagati. Io che vengo indicato e dipinto come il capo dei capi, ma non figuro da nessuna parte, perché? Per il semplice motivo che, in tutta quella vicenda, non c’entro proprio niente. Si sono attaccati alla storia della scommessa del Buondì Motta o della mia passione arcinota per il gioco per tenere in piedi un castello accusatorio che fin dall’inizio fa acqua da tutte le parti. Al punto che ho aspettato per anni la decisione del Gip sulla chiusura dell’inchiesta: non mi rinviavano a giudizio e non mi scagionavano, mi hanno lasciato in una sorta di limbo, in modo da far cadere nel dimenticatoio l’intera vicenda”.
Siamo a cena in un ristorante di Roma quando Beppe Signori mi racconta per la prima volta la sua storia. Mi ricordo ancora il suo volto e i suoi gesti mentre tirava fuori rabbia e frustrazione accumulati in anni di massacro mediatico. Mentre parla Beppe tormenta con forchetta e coltello il filetto di manzo che ha davanti nel piatto: il sorriso che ha quando ci incontriamo e ci abbracciamo dopo anni è sparito mentre riavvolge il nastro, il volto è teso e nelle sue parole c’è solo rabbia. Tanta rabbia e l’impotenza di chi si sente tirato dentro in una brutta vicenda senza colpe ma, soprattutto, senza poter vedere l’uscita da questo tunnel. Quella luce che mette fine all’incubo, come accade quando la luce del giorno spazza via i brutti sogni e i fantasmi di una notte agitata.
“Nella vita se sei colpevole è giusto che paghi gli errori che hai fatto. E io gli errori che ho commesso li ho sempre ammessi e li ho pagati sulla mia pelle. Come quello con Sacchi a Usa ’94 che mi ha tolto la possibilità di giocare una finale mondiale, oppure come la rottura con Eriksson che ha portato alla fine della mia storia con la Lazio. Ma in questa vicenda io non ci sono mai entrato, mi ci hanno infilato perché gli serviva un grande nome da dare in pasta ai media. Non ho fatto nulla di male, di sporco o di illegale. Non ho mai ricevuto, o dato, né soldi né assegni a qualche calciatore o ai personaggi indicati come miei complici. Scommettere non è reato, lo Stato ci campa e ci lucra sulle scommesse. E io ho sempre fatto scommesse legali. È illegale scommettere con amici e compagni sul fatto di riuscire a mangiare un Buondì Motta in 30 passi? È illegale scommettere soldi propri sui risultati delle partite? No. Lo è, al limite, se sei un tesserato, ma io in quel momento non ero nemmeno un tesserato. Però mi hanno sottoposto lo stesso ad un processo sportivo e mi hanno squalificato a vita. Ma sulla base di cosa? Quali erano le prove? Perché se avevano le prove per farmi fare 15 giorni di arresti domiciliari, perché poi ci hanno messo anni a chiudere l’inchiesta e a fare i rinvii a giudizio? La risposta era semplice: per portare il processo sul binario morto della prescrizione. Ma io ci ho rinunciato alla prescrizione e ho deciso di andare fino in fondo. Perché non volevo solo uscire da questa vicenda, volevo uscirne completamente pulito, levarmi di dosso il fango che mi hanno tirato per anni. E ora che è tutto finito mi chiedo: ma che giustizia è questa? E, soprattutto chi me li ridà quei 15 giorni e chi mi ripaga per tutta la merda che mi hanno tirato addosso in questi 10 anni? Nessuno. Per ora. Ma l’assoluzione è solo la prima battaglia vinta”.
È un fiume in piena Beppe e nessuno lo può capire più di me. Ne abbiamo parlato qualche volta: lui sa cosa ho passato e io so che cosa sta provando lui, visto che dopo più di otto anni di processo mi sono trovato con un’archiviazione per decorrenza dei termini di legge che mi impedisce di chiedere qualsiasi risarcimento. E sono stato costretto ad accettare perché economicamente non mi potevo permettere di andare avanti, visto che in 8 anni e mezzo non avevo ottenuto neanche una sentenza di primo grado. Lui ha deciso di andare fino in fondo, perché per sua fortuna aveva i soldi per pagare avvocati e per combattere per anni. E ora che si è preso la sua rivincita, mi torna in mente la frase che mi ha detto quel giorno a cena chiudendo il discorso su questa vicenda: “Magari li lascerò in eredità ai miei figli quei soldi, oppure li darò in beneficienza, ma chi ha sbagliato deve pagare. Come avrei pagato io se fossi stato colpevole. In due giorni hanno cancellato quasi 30 anni di carriera. Mi hanno massacrato senza darmi la possibilità di reagire, di difendermi in qualche modo. E, quello che mi ha fatto stare male, è stato il fatto di non poter dare a tutti subito la mia versione, di poter dimostrare immediatamente che io non c’entravo nulla con questa storia. Il non poter rispondere alle tante falsità che sono state scritte sul mio conto, da gente che sembrava quasi che provasse gusto a tirarmi fango addosso, a distruggere la mia immagine. Come quando, dopo una rivoluzione, la gente abbatte le statue del dittatore appena deposto per sfogarsi. Ma in quei casi è comprensibile, nel mio no, perché io non ho mai fatto del male a nessuno. Nella mia carriera non ho mai fatto polemiche, ho sempre rispettato tutti, quindi mi sono trovato impreparato davanti a tanta cattiveria”.
Una settimana dopo quella di Alex Schwazer, è arrivata anche l’assoluzione di Beppe Signori. Due campioni trascinati nel fango da magistrati alla ricerca di notorietà che costruiscono castelli senza fondamenta e massacrati mediaticamente da un sistema che non funziona, da una macchina della giustizia sempre più lenta e imperfetta ma rapida e precisa nel massacrare la vita e la reputazione di chi finisce o viene sbattuto dentro quel tritacarne. Una vicenda che dovrebbe far riflettere e che dovrebbe far vergognare i tanti moralisti che ci mettono un attimo a puntare l’indice e a sparare sentenze, senza preoccuparsi delle conseguenze di quello che dicono e scrivono. Alex e Beppe ne sono usciti vivi, altri no. Mi viene in mente il povero Enzo Tortora, ma sono centinaia, migliaia i signor Rossi e i signor Bianchi che finiscono all’improvviso sulla ribalta mediatica e poi spariscono nell’anonimato, marchiati per sempre e mai riabilitati se come Alex o Beppe hanno la fortuna di uscire vivi da quell’incubo e di veder riconosciuta dopo anni la loro innocenza. Per il semplice motivo che Schwazer e Signori sono famosi e dei signor Rossi e Bianchi saliti per qualche giorno alla ribalta delle cronache dopo qualche anno non li ricorda più nessuno. E questo, dovrebbe far riflettere. Tutti…
1 comments
0 likes

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.