TECNOCRAZIA E SQUILIBRIO NEGOZIALE: IL CASO DEI VACCINI

Le metafore belliche ci restituiscono l’immagine del “mondo in guerra contro un nemico invisibile”. La tecnologia ci ha fornito finalmente un’ “arma nuova”, quale è il vaccino. Ma a gestirla è la tecnocrazia. Le conseguenze non sono dissimili dalle logiche di una ordinaria industria bellica. Ma con qualche importante eccezione, che vale la pena osservare più da vicino.

In primo luogo, si tratta di un bene pressoché infungibile, cioè insostituibile, ovvero difficilmente sostituibile, in quanto prodotto e fornito da imprese in regime di quasi – monopolio, ovvero di oligopolio davvero ristretto. E’ evidente, che, in queste condizioni, il produttore quasi – monopolitista abbia un potere negoziale molto maggiore rispetto al committente. E, in questo contesto, i committenti sono gli Stati. Si conferma così che la tecnocrazia è un fenomeno di concentrazione di potere transnazionale, che travalica cioè gli Stati in modo trasversale. Le multinazionali del tabacco, dell’energia, dell’informatica, della finanza, dell’industria bellica sono molto più potenti di molti Stati (se non di tutti). Big Pharma non fa eccezione e, in una crisi pandemica, detta le sue condizioni. Emblematico il caso del vaccino Pfizer. Il testo del contratto è coperto da un vincolo di riservatezza pressoché completo. Non è quindi dato conoscere in modo approfondito neppure quale sia la legge che governa il rapporto negoziale, quale sia il foro competente per la risoluzione delle eventuali controversie, ecc. Volendo circoscrivere il discorso al nostro Paese, al momento, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, risulta unicamente che il contraente principale sia l’Unione Europea, la quale avrebbe stipulato con Pfizer una sorta di Master Agreement, cioè un contratto – quadro destinato poi a essere recepito dai singoli Stati i quali, sembra di capire, invierebbero a Pfizer degli ordinativi sulla base dei singoli piani vaccinali, ma pur sempre facendo riferimento alle clausole negoziali generali di cui al contratto – quadro.

E, come detto, queste clausole sono coperte da vincolo di riservatezza.

Qui si pone il primo problema: è compatibile una simile segretezza con un contratto che, ancorché sottoposto a principi di diritto comune, è pur sempre connotato da elementi marcatamente pubblicistici? E’ vero che la trasparenza è un principio che può cedere a principi di superiori di sicurezza nazionale, ad esempio nei contratti di fornitura di tecnologia bellica. Ma possiamo dire che la fornitura di un vaccino sia davvero assimilabile tout court alla fornitura di esplosivi o di altri armamenti?

D’altra parte, alcune crepe sulla segretezza cominciano a formarsi e sembrano trapelare talune pattuizioni. In particolare, secondo gli organi di stampa (vedi La Repubblica del 26 gennaio 2021), il contratto prevedrebbe che, in caso di reazione avversa al vaccino, il risarcimento spetti allo Stato.

Si tratta di una clausola manifestamente irragionevole che ben evidenzia l’enorme squilibrio di potere negoziale delle parti. Difatti, da questa previsione si evince che (i) il rischio di reazione avversa non sia affatto irrilevante o trascurabile e (ii), in ogni caso, sia maggiore di rischi analoghi per qualsiasi altro farmaco. D’altra parte, atteso che nessuno Stato ha (finora) imposto la vaccinazione obbligatoria, non si comprende come mai tale rischio debba essere accollato al committente e non, come sarebbe logico e ragionevole, al produttore. Ciò, ovviamente, a prescindere da ogni valutazione di compatibilità di una simile previsione con altre norme imperative vigenti almeno nel nostro ordinamento, circostanza tutta da analizzare. E allora: era accettabile una clausola del genere da uno Stato, cioè dal nostro Stato? E, se la scelta era obbligata, non sarebbe stato corretto renderla almeno trasparente, cioè pubblica?

Ancora. In questi giorni lo Stato Italiano lamenta presunti inadempimenti da parte di Pfizer nella consegna delle dosi promesse. Anche in questo caso non è dato svolgere valutazioni di alcun tipo, sia in ragione della impossibilità di ricostruire con esattezza i fatti, sia in ragione della menzionata segretezza del testo. Tuttavia, alcune considerazioni di vertice sono pur sempre possibili. E’ evidente che, ipotizzando la gravità dell’inadempimento, gli ordinari rimedi a tutela della parte asseritamente non inadempiente siano di difficile attivazione e comunque di dubbia efficacia. L’escussione di garanzie, la richiesta di applicazione di clausole penali, fino ad arrivare al rimedio estremo della distruzione del vincolo contrattuale non risolvono, né possono risolvere il problema che è e rimane quello della quasi infungibilità del bene. Il vaccino ci serve e, almeno per il momento, non è possibile reperirlo altrimenti sul mercato a tempi e con costi ragionevolmente contenuti. La via percorribile è solo quella dell’applicazione di pressioni di vario ordine, non ultima quella di natura reputazionale, per conseguire la coazione all’adempimento da parte di Pfizer.

La tecnocrazia detta le sue regole. 

E, piaccia o non piaccia, non sono regole democratiche.

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